Qual è la tua Marea?

Siamo ancora in piena pandemia. I teatri sono di nuovo aperti. Ci sarebbe da  festeggiare. No. In realtà, no. Perché in verità in verità la situazione è piuttosto immutata. Ma la speranza – si sa – è l’ultima a morire. E quindi andiamo avanti. A proposito di Teatri e spettacoli, e la cultura, e l’arte dal vivo e la pandemia e i vaccini e tutto questo calderone mediatico e non, io ho ripreso ad andare a Teatro. Come spettatore, prima ancora che come addetto ai lavori. Ora, capita raramente di andare a vedere qualcosa a Teatro e uscire fuori pienamente sazi. Raramente capita di andare a vedere un lavoro e uscire con la pancia sazia ma sazia bene. E non parlo di quantità ma di qualità. Un conto è l’ all you can eat, che sazia fondamentalmente tutti – cani e porci. Diverso è andare a mangiare roba di qualità che, anche se in piccole dosi, ti fa sentire pieno. Soddisfatto. Orgoglioso della scelta.

Ecco, l’altro ieri sera (18/05/2021) allo  Studio di Udine (spazio della compagnia Arearea) ho assistito ad un primo studio di una giovane coreografa. Parlo di Irene Ferrara, classe ’97, che oltre a essere mia collega è una mia cara amica. Quest’ultimo dettaglio non conta nulla, ma come suo giovane collega, a maggior ragione dopo l’altro ieri, dico e scrivo che nutro una profonda stima per lei.  Sempre nutrita, ma, ripeto, dopo ciò che ho visto non posso non poter condividere con chi vorrà leggermi, la mia esperienza da spettatore. Vi parlo di “Marea”, un suo progetto coreografico condiviso con le bravissime danzatrici Angelica Margherita e Nicol Soravito. Uno studio – per ora della durata di 30 min. circa – che affronta il tema della periodicità del mondo femminile. Parliamo di quello che volgarmente definiamo “ciclo”. “Marea”, però, è molto molto di più. “Marea” è un lavoro che travolge lo spettatore come solo una Marea può fare. Un tema/una storia altamente biografica che, grazie alla sapienza, di I. Ferrara e alle sue danzatrici, si fa subito archetipo, storia universale. Marea è la dimostrazione che la maturità compositiva e autoriale è qualcosa che non ha a che fare con l’età anagrafica. D’altronde, I Beatles quando realizzarono Sgt. Peppers avevano circa 27 anni. Una media si intende. Infatti, Marea si fa universale, indelebile, materia fragile e spiazzante al tempo stesso, perché è Alta Narrazione. Forma e sostanza di Alta Letteratura dal Vivo. Commuove? Si e pure tanto. Ma perché? E come? Commuove perché tocca lo spettatore, anzi lo sferza, da tanti punti di vista. Arriva alla pancia, come un cazzotto salvifico, ma prima passa per l’intelletto (quello bello non quello dei benpensanti). Poi passa per l’emotività (quella con la E), emotività che può scaturire solo da un dono prezioso che solo un piccolo e grande concept album ti può regalare. Non voglio descrivervi cosa accade durante lo spettacolo (per altro ancora in fase di costruzione) ma dirvi davvero come sono stato. Le tre danzatrici e autrici in carne e ossa, lasciano segni forti, violenti e crudeli (in senso Artaudiano). In diversi momenti, grazie alla loro alta competenza e sensibilità, si fanno “altro”. Che voglio dire? Che loro, e giuro che lo fanno, aprono una porta d’accesso al mondo femminile, con generosità, paura, e vigore, incarnando pienamente i temi del lavoro e le loro storie. Corpi e identità, le loro, che incidono sul tappeto danza, durante una coreografia lisergica e potentissima, figure enormi. Figure/entità che raccontano quel mondo che sta tanto a cuore all’autrice del pezzo. La loro è la dimostrazione che la mia, la nostra generazione di artisti dal vivo, si vuole muovere verso altri lidi. Che vogliamo, e scusate se mi ci metto pure io, raccontarci e raccontare i nostri piccoli vissuti attraverso l’universale che solo i linguaggi che studiamo e continuiamo a studiare, ci permettono di fare in maniera non autoreferenziale ma empatica (nel senso più nobile e ampio del termine). Questo per me, ed è quello che sta facendo il Trio Tsaba (questo il nome del loro gruppo), è il modo di usare il teatro e la danza per denunciare. Denunciare cosa, poi? Per me: lotta alla pandemia ovvero, pensare al teatro come luogo e spazio pandemico, cioè che interessi tutte le persone. Questo è pop! Non abbassare il livello per parlare alla pancia (ti piace vincere facile) ma alzare la Marea per poi arrivare alla pancia. Un pugno nello stomaco dato con sapienza, registro alto, e onestà intellettuale. Ora però mi fermo.

Ma prima di fermarmi, vi ricordo che non sono un giornalista ma attore e regista emergente. Pure io, mannaggia a me. Ma visto il periodo di carestia, sento, e ne traggo piacere, che il modo migliore di iniziare a contribuire alla cosa e alla causa comune, è questo. Uno dei tanti (eh). Parlare di ciò che mi arriva. Soprattutto quando il dialogo – diretto e indiretto che sia – si apre con altri giovani, per ora, sconosciuti. Noi studiamo, lavoriamo, ci autoproduciamo e forse dovremmo iniziare anche ad auto – recensirci. Tutto nella speranza di stravolgere in meglio il futuro. Almeno questo credo io. Prima di salutarvi, ringrazio la compagnia Arearea che con la rassegna Off Label ho esperito quella bella sazietà di cui parlavo poc’anzi.

Foto di Benedetta Folena

Buona vita!

“E se ti dico Dante?”

Difficile rispondere. Pensare alle prime cose che la parola “Dante” mi suscita, oggi sarebbe complesso. Oggi, si, sarebbe davvero difficile dare un ordine ai pensieri che invadono la mia mente. Ma c’è un motivo a tutta questa strana e bella confusione.

Facciamo qualche passo indietro: ieri alle 19:00 circa si è concluso un periodo di ricerca teatrale presso il Teatro dei Fabbri…che sta in via dei Fabbri 2 a Trieste. Si è concluso con una diretta streaming in cui – io e i miei colleghi abbiamo provato a raccontare il nostro percorso di studio… il risultato: non una conferenza, non uno spettacolo (…sia mai…che poi ci saremmo inimicati qualcuno…e forse anche a ragione), ma una live via facebook in cui parlare della nostra “ricerca”, della nostra posizione di artisti alla fine di due settimane di lavoro – semi reclusi in un teatro in un periodo in cui siamo tutti un po’ semi reclusi a casa.

Questo periodo di ricerca è stato voluto dal teatro La Contrada – teatro stabile di Trieste che, attraverso una call ha invitato i “giovani” artisti della regione a riflettere in chiave teatrale sul sommo poeta Dante aka Durante Alighieri. Non è un caso: quest’anno è il settimo centenario dalla morte del poeta. Perciò vi avviso: Durante il 2021 ci sarà un bombardamento di “cose” dantesche.

… In ogni caso, a questo periodo di studio ho avuto modo di aderire con la mia compagnia teatrale: Artifragili. Nello specifico con un progetto ideato da Davide Rossi, Giacomo Segulia e condiviso con Alejandro Bonn e Veronica Dariol. Ecco, intanto, se oggi uno mi dovesse fare la fatidica domanda: “Se io ti dico Dante?” penso che, per correttezza, proverei a raccontargli quello che ho vissuto in questo periodo di prove/non prove a teatro. Di ciò che mi resta di un progetto che è nato da un bando che “costringe” cinque artisti teatrali ad affrontare l’immenso, l’inarrivabile, l’incredibile Dante Alighieri. Ecco, la cosa che ci è venuta più spontanea da pensare e da chiederci agli inizi di questo percorso è stato: “…ok ma che ce frega di Dante?” E lì apriti cielo…un cortocircuito…spazio temporale…inizia la confusione tra di noi… ma bene così, direi col senno di poi. Le circostanze quindi: siamo in un teatro che è a nostra totale disposizione in un periodo di pandemia in cui i teatri sono chiusi al pubblico. Siamo colleghi, ci stimiamo e c’è la voglia di stare lì dentro. Ma c’è Dante! Dante è pesante, è scolastico ed è soprattutto un ospite non desiderato. Noi volevamo trovarci in sala prove per fare teatro, e invece ci siamo trovati in un bellissimo teatro – dopo mesi – ma con un grosso vincolo, un fardello enorme tra di noi: e come se non bastasse, qualcuno di noi ( e non faccio nomi…) decide pure di comprare su Amazon un mezzo bustino in gesso di Dante – giusto per ricordaci costantemente della sua ingombrante presenza. E allora che fare?

Beh, anzitutto – quello che ci siamo promessi di fare fin da subito è stato: ” proviamo a parlare di Dante senza parlare di Dante!”. Ma il punto è: “ci siamo riusciti alla fine?” Non lo so, ma ieri durante la live, quando leggevamo, i commenti ci siamo resi conto – quanta näivité – che il sommo poeta è stato a sua volta il nostro Virgilio. Se ci potesse sentire penso si farebbe una bella risata. Venendo a sapere che oggi, lui stesso è stato la guida, il Virgilio – non richiesto e casuale – di cinque artisti in periodo di pandemia…si Dante penso che potrebbe anche ridere a riguardo. Ed è stato un po’ un Virgilio perché di fatto, lui con il suo fardello letterario, con il suo essere – volente e nolente – un simbolo – quantomeno – della nostra letteratura ci ha permesso di trovare alcune tematiche per andare a fare l’unica cosa “sbagliata” che 4 attori e un’attrice potessero fare chiusi in un teatro in un periodo di pandemia. Cioè: andare a parlare con le persone e fare loro delle domande. Un po’ paraculo, un po’ curiose devo dire che quelle non – interviste, mi hanno fatto capire una cosa che era lo specchio anche dei conflitti e rapporti interni alla nostra squadra di lavoro. Dante è una scusa, è un “grimaldello” ( come amava definirlo uno di noi in questi giorni) per entrare in contatto con il presente e con le persone. Un po’ perché legato alla formazione scolastica ed umana di tutti, un po’ perché sufficientemente datato per essere utile nel suo essere imprescindibile perché classico ma anche perché distante e lontano. E si sa la distanza a volte aiuta.

A noi Dante ha messo in crisi, perché è un gigante e i giganti possono abbracciare ma anche distruggere con le loro braccia. A noi ha aiutato a capire che, in questo periodo, non ci sono vere e proprie soluzioni ai problemi e che è già buona cosa però provare imparare a parlarsi e capire come stiamo. Il nostro teatro – quello che abbiamo fatto in queste due settimane – è stato come un piccolo grande laboratorio, in cui inevitabilmente – dalla mattina alla sera – ci sforzavamo di trovare le parole giuste e di riflettere sul senso primo e ultimo del nostro agire in chiave teatrale. Scossi dal presente ed euforici per l’occasione di stare lì dentro, ma vincolati da uno dei più grandi maestri della parola, non abbiamo fatto altro che problematicizzare sempre di più la situazione in cui ci trovavamo.

Di cosa dobbiamo parlare oggi? Ma Dante interessa a qualcuno? Perché esistono questi anniversari che costringono a parlare di cose passate? E quali sono i nostri simboli? E il teatro come sta?…beh non bene ma noi grazie a Dante abbiamo capito – credo – che ci sia l’esigenza di ritrovarsi anche teatralmente, e di discutere per capire insieme da dove ripartire, e quale sarà la nuova lingua da parlare; trovare il nuovo volgare e piano piano dimenticarsi del vecchio latino.

Anche perché alle persone di Dante non importa molto…certo i suoi versi sono meravigliosi ed un giorno magari come regista metterò in scena qualche sua cantica o magari qualche poesia… ma intanto lo ringrazio per avermi fatto riflettere sul senso del presente che mi circonda, sulle persone che mi stanno attorno, sul senso della forma che usiamo per esprimerci e che davvero, a volte, basta ammettere a se stessi che non c’è una soluzione. E che c’è un tempo per affermare ma anche un tempo per osservare e provare a cambiare punto di vista. Il mio inferno di oggi può essere il mio paradiso di domani, chissà.

Mi auguro che questo sia stato l’inizio di un altro percorso da portare avanti, pur nel sua forma ibrida, pur nel suo andiamo in streaming senza fare teatro in streaming, pur nel suo non facciamo uno spettacolo su Dante ma facciamo che Dante ci guidi verso lo spettacolo.

E ringrazio le persone con cui ho condiviso queste due settimane, e ringrazio quel briciolo di incoscienza che bisogna avere per sognare ancora di tornare prima o poi sul palcoscenico – con o senza distanziamento – a creare possibilità e rovesciare un po’ tutti i pregiudizi e le idee preconfezionate. Auguro infine al Teatro che possa Essere senza bisogno che tutti lo definiscano per forza…

Ah e per chi si fosse perso la diretta di ieri, eccola qui: https://www.facebook.com/teatrobobbio/videos/2819660248276301/

“Regala una voce d’attore”…di quando prestavo la mia voce alla fine del 2020.

Regala una voce d’attore…

Ho sempre avuto un buon rapporto con la mia voce. Almeno credo. Forse qualche volta abbiamo litigato, non ci siamo capiti ma tutto sommato siamo buoni amici. D’altronde se non fosse per Lei non avrei mai potuto pensare di fare l’attore come lavoro…quindi massimo rispetto. E poi, dai ci siamo proprio divertiti insieme – in varie occasioni. Vogliamo parlare delle imitazioni che proviamo a fare insieme? Che dire…io provo ad immaginare la voce di qualcun altro…lei si prepara e poi viene fuori qualcosa di strano. Ma uno strano che di solito viene apprezzato ( meno male…) e poi si ride, si sta in compagnia e così via.

Ecco oggi con la mia voce ci lavoro. E parlando di lavoro… in questo periodo, non potendo incontrare il pubblico dal vivo, io e la mia voce abbiamo pensato di metterci a disposizione del pubblico e di chi desideri raccontare e raccontarsi tramite noi. Da qui nasce: “Regala una voce d’attore…“. Nasce proprio in relazione a questo periodo dell’anno, in cui siamo avvezzi a regalarci tante cose – a volte troppe e anche troppo poco sentite… – in questo periodo di questo pazzo 2020 in cui siamo tutti un po’ più fragili e scoperti. Allora, io e la mia voce abbiamo bisogno del nostro pubblico. E le persone quando desiderano di regalare un pensiero, una dedica tutta loro, un augurio “diverso” – magari per qualcuno che è distanza – ma non per forza – ci contattano.

Da quando ho dato via a quest’iniziativa, beh mi sono un po’ sorpreso. Ho ricevuto testi di ogni tipo e per auguri diversi tra loro. La sensazione prevalente però è stata: c’è tanta voglia di tornare a incontrarsi e di farlo attraverso emozioni, pensieri profondi e condivisioni delicate oserei dire. Per me, è stato e sta essendo molto toccante… E commovente. Conoscere le persone che mi contattano attraverso i testi inviatemi, conoscerle attraverso le dediche che devo interpretare… Sapere poi che le persone – a cui le registrazioni arrivano come regalo – si emozionano e/o commuovono. Beh senza troppe parole, questo è stato per me un bel regalo per Natale. In un periodo come questo, mi sento fortunato riuscendo a usare le mie competenze per dialogare con le persone a distanza. E preparare questi piccoli doni anche durante le feste è per un valore aggiunto.

Ma come funziona?

L’idea è semplice: c’è un testo che ti piace? Un citazione/aforisma per te importante? Una poesia, una favola o magari un racconto che hai scritto?? Si? Bene, c’è qualcuno a cui vorresti dedicarlo ( magari vuoi regalarlo a te stesso…)? Se è così, allora non resta che contattare me e la mia voce, per mandarci il testo e noi realizzeremo una registrazione ad hoc per te. E se ti piace l’idea di regalare una voce d’attore ma sei a corto di idee…contattaci pure e ci pensiamo insieme! Alla fine riceverai: un piccolo e personale audiolibro con tanto di musica di sottofondo.

Ad oggi abbiamo ricevuto di tutto. E siamo sempre più curiosi di sapere cosa ci arriverà…

Regala una voce d’attore è per noi una piccola esperienza positiva in un periodo non facile, una piccola cosa che ti fa sorridere e pensare che in fondo (in fondo) c’è un po’ di speranza 😉

Chiudo: invitandovi a visitare la mia pagina facebook “Regala una voce d’attore…” dedicata e pensata proprio per questo progetto. Per info, curiosità e dettagli scrivetemi pure via mail a mkomargiorgio@gmail.com.

Io e la mia voce vi salutiamo…

Si parte!

Benvenute e benvenuti 🙂

Questo è – e sarà – il luogo virtuale in cui pubblicizzerò le mie attività e le mie iniziative principali. Sarà un po’ una bacheca, un po’ diario di bordo. Da un po’ di tempo ne sentivo l’esigenza e ora ci siamo: quindi, se sei arrivato/a qui: grazie!

Due parole su di me: mi chiamo Omar Giorgio e sono un attore. Sono nato nel ’93 in terre calabre – da padre algerino e madre arbëreshë – cresciuto a Piacenza, al momento vivo a Trieste, città nella quale ho fondato la mia compagnia teatrale: Artifragili.

Mi sono diplomato presso la Civica Accademia D’arte Drammatica Nico Pepe di Udine, e da allora lavoro in ambito artistico e teatrale come interprete, aspirante regista e co – autore di iniziative di divulgazione culturale (#CheNeSaràDiNoi). Sono anche insegnante di recitazione e lettura espressiva, e porto avanti un percorso di ricerca personale come formatore – rivolto anche a non professionisti.

Mi definisco anche portavoce da quando – visto il periodo in cui l’attività dal vivo è vietata – ho lanciato l’iniziativa “Regala una voce d’attore…per Natale” con la quale – a distanza – metto a disposizione delle persone la mia voce per registrare audiolibri e dediche personalizzate.

Vivo per il mio mestiere che vivo come una missione! Sono appassionato di musica – Beatlesiano nel cuore – e di cultura in generale, sportivo, goloso e gran chiacchierone! Dicono che me la cavo con le imitazioni…sarà vero?

Seguitemi per tutti i prossimi aggiornamenti: intanto, si parte!!