“E se ti dico Dante?”

Difficile rispondere. Pensare alle prime cose che la parola “Dante” mi suscita, oggi sarebbe complesso. Oggi, si, sarebbe davvero difficile dare un ordine ai pensieri che invadono la mia mente. Ma c’è un motivo a tutta questa strana e bella confusione.

Facciamo qualche passo indietro: ieri alle 19:00 circa si è concluso un periodo di ricerca teatrale presso il Teatro dei Fabbri…che sta in via dei Fabbri 2 a Trieste. Si è concluso con una diretta streaming in cui – io e i miei colleghi abbiamo provato a raccontare il nostro percorso di studio… il risultato: non una conferenza, non uno spettacolo (…sia mai…che poi ci saremmo inimicati qualcuno…e forse anche a ragione), ma una live via facebook in cui parlare della nostra “ricerca”, della nostra posizione di artisti alla fine di due settimane di lavoro – semi reclusi in un teatro in un periodo in cui siamo tutti un po’ semi reclusi a casa.

Questo periodo di ricerca è stato voluto dal teatro La Contrada – teatro stabile di Trieste che, attraverso una call ha invitato i “giovani” artisti della regione a riflettere in chiave teatrale sul sommo poeta Dante aka Durante Alighieri. Non è un caso: quest’anno è il settimo centenario dalla morte del poeta. Perciò vi avviso: Durante il 2021 ci sarà un bombardamento di “cose” dantesche.

… In ogni caso, a questo periodo di studio ho avuto modo di aderire con la mia compagnia teatrale: Artifragili. Nello specifico con un progetto ideato da Davide Rossi, Giacomo Segulia e condiviso con Alejandro Bonn e Veronica Dariol. Ecco, intanto, se oggi uno mi dovesse fare la fatidica domanda: “Se io ti dico Dante?” penso che, per correttezza, proverei a raccontargli quello che ho vissuto in questo periodo di prove/non prove a teatro. Di ciò che mi resta di un progetto che è nato da un bando che “costringe” cinque artisti teatrali ad affrontare l’immenso, l’inarrivabile, l’incredibile Dante Alighieri. Ecco, la cosa che ci è venuta più spontanea da pensare e da chiederci agli inizi di questo percorso è stato: “…ok ma che ce frega di Dante?” E lì apriti cielo…un cortocircuito…spazio temporale…inizia la confusione tra di noi… ma bene così, direi col senno di poi. Le circostanze quindi: siamo in un teatro che è a nostra totale disposizione in un periodo di pandemia in cui i teatri sono chiusi al pubblico. Siamo colleghi, ci stimiamo e c’è la voglia di stare lì dentro. Ma c’è Dante! Dante è pesante, è scolastico ed è soprattutto un ospite non desiderato. Noi volevamo trovarci in sala prove per fare teatro, e invece ci siamo trovati in un bellissimo teatro – dopo mesi – ma con un grosso vincolo, un fardello enorme tra di noi: e come se non bastasse, qualcuno di noi ( e non faccio nomi…) decide pure di comprare su Amazon un mezzo bustino in gesso di Dante – giusto per ricordaci costantemente della sua ingombrante presenza. E allora che fare?

Beh, anzitutto – quello che ci siamo promessi di fare fin da subito è stato: ” proviamo a parlare di Dante senza parlare di Dante!”. Ma il punto è: “ci siamo riusciti alla fine?” Non lo so, ma ieri durante la live, quando leggevamo, i commenti ci siamo resi conto – quanta näivité – che il sommo poeta è stato a sua volta il nostro Virgilio. Se ci potesse sentire penso si farebbe una bella risata. Venendo a sapere che oggi, lui stesso è stato la guida, il Virgilio – non richiesto e casuale – di cinque artisti in periodo di pandemia…si Dante penso che potrebbe anche ridere a riguardo. Ed è stato un po’ un Virgilio perché di fatto, lui con il suo fardello letterario, con il suo essere – volente e nolente – un simbolo – quantomeno – della nostra letteratura ci ha permesso di trovare alcune tematiche per andare a fare l’unica cosa “sbagliata” che 4 attori e un’attrice potessero fare chiusi in un teatro in un periodo di pandemia. Cioè: andare a parlare con le persone e fare loro delle domande. Un po’ paraculo, un po’ curiose devo dire che quelle non – interviste, mi hanno fatto capire una cosa che era lo specchio anche dei conflitti e rapporti interni alla nostra squadra di lavoro. Dante è una scusa, è un “grimaldello” ( come amava definirlo uno di noi in questi giorni) per entrare in contatto con il presente e con le persone. Un po’ perché legato alla formazione scolastica ed umana di tutti, un po’ perché sufficientemente datato per essere utile nel suo essere imprescindibile perché classico ma anche perché distante e lontano. E si sa la distanza a volte aiuta.

A noi Dante ha messo in crisi, perché è un gigante e i giganti possono abbracciare ma anche distruggere con le loro braccia. A noi ha aiutato a capire che, in questo periodo, non ci sono vere e proprie soluzioni ai problemi e che è già buona cosa però provare imparare a parlarsi e capire come stiamo. Il nostro teatro – quello che abbiamo fatto in queste due settimane – è stato come un piccolo grande laboratorio, in cui inevitabilmente – dalla mattina alla sera – ci sforzavamo di trovare le parole giuste e di riflettere sul senso primo e ultimo del nostro agire in chiave teatrale. Scossi dal presente ed euforici per l’occasione di stare lì dentro, ma vincolati da uno dei più grandi maestri della parola, non abbiamo fatto altro che problematicizzare sempre di più la situazione in cui ci trovavamo.

Di cosa dobbiamo parlare oggi? Ma Dante interessa a qualcuno? Perché esistono questi anniversari che costringono a parlare di cose passate? E quali sono i nostri simboli? E il teatro come sta?…beh non bene ma noi grazie a Dante abbiamo capito – credo – che ci sia l’esigenza di ritrovarsi anche teatralmente, e di discutere per capire insieme da dove ripartire, e quale sarà la nuova lingua da parlare; trovare il nuovo volgare e piano piano dimenticarsi del vecchio latino.

Anche perché alle persone di Dante non importa molto…certo i suoi versi sono meravigliosi ed un giorno magari come regista metterò in scena qualche sua cantica o magari qualche poesia… ma intanto lo ringrazio per avermi fatto riflettere sul senso del presente che mi circonda, sulle persone che mi stanno attorno, sul senso della forma che usiamo per esprimerci e che davvero, a volte, basta ammettere a se stessi che non c’è una soluzione. E che c’è un tempo per affermare ma anche un tempo per osservare e provare a cambiare punto di vista. Il mio inferno di oggi può essere il mio paradiso di domani, chissà.

Mi auguro che questo sia stato l’inizio di un altro percorso da portare avanti, pur nel sua forma ibrida, pur nel suo andiamo in streaming senza fare teatro in streaming, pur nel suo non facciamo uno spettacolo su Dante ma facciamo che Dante ci guidi verso lo spettacolo.

E ringrazio le persone con cui ho condiviso queste due settimane, e ringrazio quel briciolo di incoscienza che bisogna avere per sognare ancora di tornare prima o poi sul palcoscenico – con o senza distanziamento – a creare possibilità e rovesciare un po’ tutti i pregiudizi e le idee preconfezionate. Auguro infine al Teatro che possa Essere senza bisogno che tutti lo definiscano per forza…

Ah e per chi si fosse perso la diretta di ieri, eccola qui: https://www.facebook.com/teatrobobbio/videos/2819660248276301/

Pubblicato da Omar Giorgio Makhloufi

Omar Giorgio Makhloufi, classe 93: attore, regista, insegnante e prestavoce. Qui parlo di tutte le mie iniziative professionali: ho una compagnia teatrale (Artifragili), organizzo e conduco laboratori, lezioni private e presto la mia voce per uso pubblico e privato (dediche, auguri ecc ecc)

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